Dialoghi scomodi: Conversazioni aperte su politica e società a cura di Leonardo Elia
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Salute e benessere a cura di Leonardo Elia
venerdì 1 maggio 2026
giovedì 30 aprile 2026
Intanto gli Emirati escono dall’Opec ... Intervento di Leonardo Elia
Gli Emirati arabi Uniti , come anche le altre monarchie del golfo , messi in crisi dalla guerra e blocco dello stretto di Hormuz.
Mancando della liquidità per l’impossibilità di esportare e
per l’insicurezza dovuta al conflitto in
corso, hanno chiesto agli Stati Uniti dollari.
In caso di risposta
negativa le transazioni per la vendita
degli idrocarburi le avrebbero regolate in altre valute, cinesi in particolare
e avrebbero liquidato assett, sempre in dollari , per procurarsi il denaro a
loro necessario . E la Federal reserve ha subito risposto positivamente. Non
poteva correre questi rischi.
Perché? La valuta di riferimento in questo settore economico
è il dollaro, il petrodollaro, che ha sempre dato una quantità enorme di
ricchezza a quei paesi, ricchezza reinvestita negli Usa .
Se ci fosse stata la “fuga” dagli investimenti degli
emiratini, beh ,per Wall Street ci sarebbe stato più di qualche problema.
Mettendo in crisi ,tutto il sistema finanziario
internazionale, che regge da decenni l’egemonia americana.
Se a questo si aggiunge, la perdita di credibilità degli Usa
in questo conflitto, che hanno di fatto privilegiato
la difesa del loro alleato sionista e
trascurato le monarchie del golfo, non bisogna dimenticare che sono dei giganti
economici, ma dei nani militari e politici, ci si rende subito conto
dell’accortezza della risposta iraniana all’aggressione, che con il blocco di
Hormuz ha messo in crisi tutto un sistema economico, e di concerto , devastando le basi americane
nella regione, ha eliminato la presenza militare Usa che le tutelava e rassicurava. Tutta l’area ha
avuto una crisi da insicurezza, e gli sceicchi
, hanno ricordato a Washington la loro importanza.
E l’Europa?
L’impronta in politica internazionale di uno stato si misura attraverso le capacità militari, la
forza, la deterrenza e ancor di più attraverso la diplomazia, che detta la direzione , che è diretta emanazione della politica.
In Europa, la diplomazia , di cui siamo stati maestri fino a
poco tempo fa, non esiste più, allineati
da un’Unione Europea, che inizia a
mostrare le sue crepe, le sue
contraddizioni, mossa da una logica di guerra, priva del consenso popolare ed
espressione diretta delle volontà di
oltreoceano.
Mi riferisco all’alimentare la guerra in Ucraina, alle porte
di casa , con l’ insensata russofobia dilagante, privandosi, non nel nostro interesse , di
quell’enorme ed essenziale per un’area manifatturiera come è l’Europa, fonte di risorse come è la
Russia. Per interesse non nostro.
L’impossibilità di svincolarci da volontà , ormai a noi
estranee, che impediscono all’ Unione Europea, Germania e Italia si sono
opposte, di sanzionare il regime criminale di Tel Aviv, che tra l’altro ha
scatenato questa guerra insensata contro l’Iran.
Non prendendo una posizione chiara, la Spagna lo ha iniziato a
fare, nei confronti di chi sta trasformando il Mediterraneo, in una enorme e
pericolosissima, per tutti noi, area di altissima instabilità.
Non pensando al tributo di sangue dato dalla gioventù
ucraina, e russa , in una guerra mossa da interessi estranei a tutti noi
europei, non pensando al genocidio a Gaza, Libano, al costo umano e politico
dell’aggressione all’Iran.
Continuiamo a mettere sanzioni a tutti, che penalizzano più il sanzionante che il sanzionato.
Queste guerre non sono le nostre guerre, e la diplomazia
serve a questo , e la politica di riarmo di Bruxelles è nell’interesse dei
soliti noti, al di qua e al di là dell’ Atlantico, non è nell’interesse dei
popoli europei.
Il grande Otto Von Bismarck diceva che la politica è l’arte
del possibile.
La diplomazia è figlia della politica. E la politica trova
fondamento nella sovranità nazionale e si alimenta nell’interesse nazionale e
nel sentire di un popolo.
E questo che manca ora in Europa, e forse in tutto quello
che si autodefinisce occidente collettivo.
Che tristezza. Spero che le cose cambino e il più presto
possibile.
Intanto gli Emirati escono dall’Opec, e Trump gode di questa
scelta. Gli imperi hanno bisogno di alleati.
Senza alleati non valgono nulla, e le alleanze devono
influenzare la politica dell’egemone, è bene che l’Europa, e l’Italia lo
capisca.
mercoledì 29 aprile 2026
Ombre sulla Repubblica. Italia, 1945-1948: una guerra civile latente di Aldo Giannuli (Ponte alle Grazie)
Un libro fondamentale per comprendere la storia del nostro Paese 1945-1948: anni cruciali per l’Italia repubblicana, anni controversi e pericolosi. Li ricostruisce qui con rigore e passione Aldo Giannuli, intrecciando storia politica, diritto costituzionale, dinamiche sociali, studio dell’intelligence e delle relazioni internazionali. L’indagine è spesso impietosa: ingerenze estere, i conti mai chiusi col fascismo, scontri politici e sociali feroci, accordi scandalosi, malavita e banditismo, una Chiesa ultraconservatrice, rivoluzioni impossibili e i servizi segreti deviati che precedono quelli «rettilinei» [...] Sono gli anni di una guerra civile latente, destinata a diventare guerra civile fredda. Sono gli anni in cui si forma il sistema di potere destinato a durare per tutta la storia della Prima Repubblica e oltre. Basandosi su una lunga esperienza di ricerca e su documenti inediti o mai approfonditi, provenienti anche da inchieste giudiziarie e commissioni parlamentari, Giannuli mette in discussione i miti fondativi della Repubblica, analizza le scelte dei protagonisti – dai partiti ai servizi, dalla Chiesa agli attori internazionali – e illumina le zone d’ombra spesso rimosse dalla storiografia ufficiale. Ne emerge un quadro complesso e drammatico, nel quale la stabilità democratica italiana nasce da un equilibrio fragile, frutto di compromessi, paure e conflitti irrisolti. Ombre sulla Repubblica è un libro indispensabile per comprendere le radici profonde dell’Italia di oggi
La resa dei conti. Dalla guerra civile alla violenza postbellica, il caso di Sant'Eufemia di Mimmo Franzinelli (Mondadori)
Nel maggio del 1945, quando la guerra è ormai terminata e la libertà sembra finalmente conquistata, a Sant'Eufemia - una piccola borgata alla periferia di Brescia - un gruppo di ex partigiani uccide una quarantina di persone tra ufficiali della X Mas, funzionari della Repubblica sociale italiana e civili. Un episodio rimasto sinora sepolto negli archivi e nella memoria pubblica, che rappresenta tuttavia un caso emblematico dell'atmosfera di quel periodo storico e che oggi è qui ricostruito grazie a uno straordinario fondo documentario mai visto prima. Nel suo nuovo saggio, Mimmo Franzinelli parte da questa vicenda per ricostruire il clima umano e politico in cui maturarono le violenze che seguirono la Liberazione, spesso affrontate dalla storiografia in chiave scandalistica o moralistica, e isolate dalle circostanze che le hanno generate. Collocato nel suo contesto, l'eccidio di Sant'Eufemia permette invece di osservare da vicino le tensioni accumulate durante vent'anni di dittatura e due anni di guerra civile. La ricchezza della documentazione ritrovata consente di seguire decisioni, conflitti interni e il progressivo scivolamento verso una giustizia sommaria, sfuggito al controllo dei Comitati di liberazione nazionale. Attraverso materiali inediti, testimonianze e atti giudiziari, l'indagine di Franzinelli racconta i mesi della lotta e i giorni del furore, ripercorrendo l'occupazione tedesca, la nascita della Resistenza, la formazione delle bande ribelli, la violenza interpartigiana, la repressione nazifascista e le ambiguità del dopoguerra, nel tentativo di rispondere a un interrogativo: come può accadere che giovani protagonisti della lotta per la libertà si trasformino, a loro volta, in spietati giustizieri? Sant'Eufemia diventa dunque uno specchio della violenza che accompagna la fine di ogni guerra, quando l'odio accumulato negli anni riemerge proprio nel momento in cui le armi dovrebbero tacere. Senza semplificazioni né assoluzioni, Franzinelli restituisce così a quella stagione tutta la sua complessità storica
Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale di Vittorio Emanuele Parsi (Bompiani)
L'ordine internazionale liberale non esiste più. Viviamo in un mondo di lupi e di sciacalli. Adesso tocca a noi.
martedì 28 aprile 2026
lunedì 27 aprile 2026
domenica 26 aprile 2026
sabato 25 aprile 2026
venerdì 24 aprile 2026
Strange Days ... Intervento di Leonardo Elia
L’attualità drammatica che stiamo vivendo, suggerisce degli spunti di riflessione importanti per i possibili programmi dei partiti che si propongono come alternativa a questo governo.
Lo scontro tra l’amministrazione Trump e il papa americano è
una realtà.
Il blocco di Hormuz, ci priva, a noi e all’Europa, di un’importantissima
fonte di energia, e non solo, considerando le
sanzioni alla Russia, che hanno penalizzato più
il sanzionatore che il
sanzionato.
Con Descalzi, amministratore delegato dell’ Eni, che con il
prezzo del barile di petrolio in salita, pensa ai ricavi degli azionisti!
Enrico Mattei avrebbe ragionato, giustamente, in maniera differente.
Per poi diventare anche lui un putiniano di ferro, dicendo,
cosa condivisibilissima, che bisogna riaprire alla Russia per cercare di rispondere ad una crisi
dovuta a carenze nell’approvvigionamento di idrocarburi. Stesse conclusioni a
cui è arrivato il pacatissimo Michele Marsiglia di Feder Petroli.
Con il commissario Dombrovsis, che è contrario allo
sforamento del patto di stabilità, confermando la lontananza da noi di una
Unione Europea, a trazione sempre più
baltica e nord europea.
Che minaccia di negare i finanziamenti alla Biennale di
Venezia, per la presenza ,finalmente, della Federazione russa. Con un ministro,
quello della cultura, Giuli che si è già mobilitato su questo tema attaccando
quell’insostituibile intellettuale, Buttafuoco, che presiede questa grande
realtà culturale, reo di aver
accantonato la russofobia imperante .
In più svariate
industrie italiane si è appreso da poco che collaborano con gli ucraini, nella
produzione di droni militari. Noi quindi
sempre più belligeranti .
Forse i baltici e Bruxelles, si rifiutano di considerare,
perché nessuno dei nostri governi lo ha fatto presente, con le buone o con le
cattive che noi guardiamo al Mediterraneo, che deve essere in pace, questo per
l’interesse di tutti. E nostro in particolare. Tra l’altro tutto ciò
valorizzerebbe la nostra importante posizione geografica.
Non possiamo rimanere spettatori e subire decisioni prese
altrove.
Il nuovo premier ungherese Magyar, interessato , e molto, ai fondi europei ha detto che i rapporti con
la Russia non si modificheranno, perché l’ Ungheria è lì e la geografia parla
chiaro.
Le mosse della Meloni , come impedire l’utilizzo di
Sigonella per la logistica americana nella guerra di aggressione all’Iran,
Aviano invece è attiva, e il rifiuto di
un coinvolgimento diretto ,che gli è costato gli strali di Trump, come la
sospensione del memorandum tra Italia e Israele su difesa e sicurezza,
rinnovato per decenni da tutti i governi
precedenti, mi sembrano delle mosse più di facciata , e tardive, che altro.
È un buttare la palla
nel campo avversario, nel campo largo,
con la speranza concreta di far emergere le contraddizioni che covano sotto la cenere, su collocazione
internazionale, Asia occidentale, Russia , riarmo, e in genere rapporti con
Bruxelles.
Enrico Mattei , politici della Prima Repubblica ,Fanfani,
Moro sono riusciti a ritagliare , per il nostro paese , in un mondo bipolare,
sfruttando la nostra predisposizione alla diplomazia, uno spazio geopolitico importante, con
l’obbiettivo di indipendenza
energetica che significa anche sovranità nazionale. Inoltre si potrebbe pensare
attraverso la Cassa depositi e
prestiti, al ritorno in possesso, pubblico , di giganti per noi strategici come l’Eni .Pensare meno ai
dividendi degli azionisti, di più all’interesse della nazione.
Il problema non è solo il governo attuale, sono anche le
spaccature della possibile alternativa, e Giorgia lo ha capito.
I vincoli esterni, e
parlo di Unione Europea, Nato, il sistema di alleanze, che spesso ci hanno
fatto deviare dal nostro interesse nazionale, tra l’altro non se la passano
bene.
Forse è il momento che la politica si faccia carico di
questi temi.
E finirla finalmente con questa logica bellicista che
opprime la nostra società da anni.
Pubblico è sociale. Uso e funzione della proprietà dello Stato: il caso dei beni immobili di Roma Capitale di Francesco Valerio Della Croce (Castelvecchi)
Il dibattito sul ruolo della proprietà e dei beni pubblici si è concentrato soprattutto sull’equilibrio tra Stato e mercato, trascurando il nodo del rapporto tra patrimonio pubblico e uso sociale. All’espansione del privato nelle attività di interesse collettivo ha corrisposto un progressivo arretramento della proprietà pubblica, producendo una separazione artificiosa che contrasta con la Costituzione, la quale lega indissolubilmente proprietà e funzione sociale. La vicenda di Roma Capitale, segnata da uno sviluppo spesso privo di progresso, ne è un esempio emblematico. Oggi, i nuovi regolamenti comunali sulla gestione sociale degli immobili capitolini riaprono il confronto, dando spazio alla voce dei cittadini
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In Europa può comparire su una maglietta, su un poster o in un elemento grafico ispirato al Giappone: un sole rosso da cui si irradiano lung...
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E cade la maschera di Harvard — Das Böse Büro





