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Potere vuol dire determinare i limiti del pensabile

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Ipse dixit ...

Preso nel vortice degli affari e degli impegni ciascuno consuma la propria vita, sempre in ansia per quello che accadrà, e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani né lo teme. Seneca - Il Tempo

Dubitando ....

Dubitando ad veritatem pervenimus - Cicerone

Festìna lente ("Affrettati lentamente") - Svetonio

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Più che dare risposte sensate ...

«Più che dare risposte sensate, una mente scientifica formula domande sensate.» Claude Lévi-Strauss

giovedì 22 gennaio 2026

Perché l'Occidente odia la Russia di Hauke Ritz (Fazi)

 «Un libro che disintossica dalla cieca russofobia che ci porta al disastro. E auspica tutt’altra Europa, con l’ottimismo della volontà». - Luciano Canfora

«Ritz ha fatto ciò che pochi pensatori occidentali osano fare: rintracciare le vere radici dell’irrazionale ostilità dell’Occidente nei confronti della Russia, ovvero la crisi spirituale e storica dell’Europa e la sua colonizzazione – non solo economica e politica, ma soprattutto culturale e psicologica – da parte degli Stati Uniti». - Emmanuel Todd

«Grazie al bellissimo libro di Ritz, sappiamo che l’Occidente provoca Mosca sin da quando ha allargato la NATO a Est, e che la russofobia acceca i soliti sospetti d’Europa». - Barbara Spinelli

«Con una scrittura scorrevole e con argomentazioni di largo respiro il libro di Ritz offre solidi argomenti culturali, storici e politici perché la discussione sui rapporti tra Europa, USA e Russia si svolga finalmente su basi scientifiche e documentate». - Carlo Galli

«Ritz ci porta a riflettere su un processo in corso da tempo, ma che oggi ci spaventa più che mai perché lo sentiamo vicino: la fine della cosiddetta civiltà europea e il nichilismo guerrafondaio che ne consegue». - Fabio Mini


Perché l'Occidente teme e odia così tanto la Russia? Il filosofo tedesco Hauke Ritz parte da questa domanda cruciale per sviluppare un'acuta analisi del rapporto conflittuale tra l'Occidente - inteso come entità politico-militare dominata dagli USA - e la Russia. Con uno sguardo multidisciplinare che intreccia storia, filosofia e geopolitica, Ritz ricostruisce le radici culturali e ideologiche di questo antagonismo secolare, denunciando l'impoverimento dell'Europa, ridotta a periferia strategica degli Stati Uniti. Dopo la fine della guerra fredda, il continente europeo ha infatti mancato l'occasione storica per emanciparsi, abbracciando invece l'egemonia unipolare americana e l'ostilità verso la Federazione Russa. Secondo l'autore, tale atteggiamento deriva dall'alterità irriducibile del mondo russo rispetto all'identità occidentale, oltre che dal trauma che la Rivoluzione d'ottobre e l'Unione Sovietica hanno rappresentato per le classi dirigenti euro-atlantiche. Un capitolo centrale è dedicato alla “guerra fredda culturale”, condotta dagli Stati Uniti per orientare idee e valori in Europa: un intervento sistematico che ha contribuito a plasmare l'identità europea contemporanea e a consolidarne la dipendenza da Washington. Ritz paragona la situazione attuale al conflitto Roma-Cartagine: l'Occidente non tollera la sopravvivenza di una civiltà concorrente. Mosca, vista non come partner ma come nemico esistenziale, diventa lo specchio rimosso della civiltà europea. Ne deriva una crisi profonda: culturale, geopolitica e civile. Contro questa deriva, l'autore immagina una rinascita: un'Europa capace di recuperare la propria identità storica e culturale, sottraendosi alla dipendenza dagli Stati Uniti, superando la lunga “guerra civile europea” iniziata nel 1914 e tornando a una relazione costruttiva e pacifica con la Russia. Solo così, sostiene Ritz, sarà possibile invertire il declino e riconquistare una piena sovranità politica ed economica. Prefazione di Luciano Canfora




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mercoledì 21 gennaio 2026

Dialoghi scomodi #36 a cura di Leonardo Elia

IN GOD WE TRUST ... ovvero la violazione del diritto internazionale. Intervento di Leonardo Elia

 Gli Usa hanno attaccato il Venezuela. Rapito, arrestato, il presidente Maduro e la moglie, già si trovano a New York. In attesa di giudizio.

L’accusa di narcotraffico è già caduta. Come dice da sempre Pino Arlacchi, già collaboratore della commissione narcotici dell’Onu , il Venezuela è marginale nel traffico della droga. Non è marginale  per  gli Stati Uniti, perché ricchissimo di risorse, e di petrolio in particolare. Non è marginale anche perché custode di una forma di socialismo populista, inaugurato  dal suo leader  Chavez , il predecessore di Maduro,  e  sopravvissuto a molti tentativi di colpo di stato e a più di trent’anni di sanzioni affamatrici.

 Da sempre gli americani vedono quest’esperienza politica  come il fumo negli occhi.

L’attacco al Venezuela, l’abbordaggio della petroliera russa in Atlantico, il solo parlare di annessione della Groenlandia, sono palesi violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti.

Da sempre hanno perseguito i loro interessi  in maniera spregiudicata, ma all’interno di una cornice formale, il diritto internazionale appunto, invocando la difesa  della democrazia e  dei diritti umani, i valori per intenderci, per loro da esportare anche con le armi. Ora vivono una crisi importante, sociale, industriale, economica, con il dollaro che sta perdendo terreno come moneta di scambio internazionale. E la loro egemonia ,  tecnologica e militare è insidiata da altri attori, Cina in primis, ma anche Russia.

Per questo l’ipocrisia è caduta, Trump interpreta senza filtri le difficoltà americane e la volontà di superarle , di restaurarne l’egemonia.

Ma purtroppo  per Washington i chavisti continuano a governare il Venezuela, anche senza Maduro.

Anche il tentativo di rovesciare  gli Ayatollah in Iran con proteste genuinamente partite da problemi economici, e politici   , alimentate e ingigantite, armate, dall’alleato degli Usa  più fedele nell’area che è Israele, non sta avendo l’esito sperato. La palese aggressione, come succede, compatta un popolo.

Il cambio di regime  presuppone un prima, far cadere chi sta al potere, e un dopo, avere qualcuno da insediare, con un minimo di credibilità.

Gli Stati Uniti, ora  non hanno la forza, né morale né materiale, militare per intenderci, per concludere questo percorso.

Quindi tentativo di confermare il primato, contenere i concorrenti ed emergenti, la Cina ha bisogno di energia, attraverso il controllo della produzione e  delle rotte degli idrocarburi . Specialmente quei movimenti che sfuggono al dollaro e al controllo americano.  D’altra parte sia il Venezuela sia l’Iran sono sottoposti a sanzioni durissime da decenni, e sono stati messi fuori dal commercio internazionale che   è espresso in dollari.

La cosa pericolosissima, è che Trump , di fronte a molteplici sfide ha aumentato in maniera considerevole gli stanziamenti per il Pentagono, tradendo la sua base elettorale, che pretende una maggiore attenzione ai problemi  interni  gravissimi .  Gli Usa mascherano la loro debolezza strutturale con una postura aggressiva.

È l’attualità del libro di Lenin  , “l’imperialismo fase suprema del capitalismo”, scritto più di un secolo fa.

È la crisi di un sistema economico, ma non solo, anche di pensiero, rappresentato da uno stato egemone che giunto alla maturità, per conservare il dominio , si proietta oltre confine. Perché questo  momento storico non ammette limiti, né politici, né geografici, né economici, né sociali.  Questo porta inevitabilmente a collisioni tra stati, tra chi vuole mantenere e aumentare l’egemonia, e chi vuole emergere e guadagnarsi un posto al sole.Le guerre del secolo passato dovrebbero servirci da insegnamento.

Quello che sta succedendo ora con la ascesa della Cina, degli “altri”. Lo scontro è inevitabile.

Specialmente se non si riconoscono istituzioni che dovrebbero servire per far dialogare le parti.

Se anche formalmente gli Usa contestano il diritto internazionale,  vogliono uscire da dall’Onu e da altri organismi internazionali, resta il caos, la giungla, la legge del più forte. Considerando che gli emergenti faticosamente usciti da un giogo coloniale subito per secoli, rischiano di esserne nuovamente risucchiati.

E non lo vogliono.

Dimenticavo

 Wolfgang Ischinger, , diplomatico tedesco, ex ambasciatore negli Usa, già presidente ad interim della Conferenza sulla sicurezza di Monaco dice testualmente, ”l’operazione americana in Venezuela smentisce gli argomenti a favore del fatto che la Russia non potesse intervenire nella situazione in Ucraina.

 

 


Stato e rivoluzione di Lenin ( Edizioni Clandestine)

 



















Lenin propone qui un vero e proprio manifesto sull'applicazione dei principi rivoluzionari, soffermandosi sul problema dello Stato. "Quando esiste lo stato, non vi può essere libertà. Quando vi è libertà, non può esistere lo Stato". L'idea di stato e rivoluzione era quella di ovviare alla mancanza di aiuto che la sinistra occidentale stava dando non solo alla fine immediata della guerra mondiale, ma anche alla trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile

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