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Potere vuol dire determinare i limiti del pensabile

Potere vuol dire determinare i limiti del pensabile

Ipse dixit ...

Preso nel vortice degli affari e degli impegni ciascuno consuma la propria vita, sempre in ansia per quello che accadrà, e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani né lo teme. Seneca - Il Tempo

Dubitando ....

Dubitando ad veritatem pervenimus - Cicerone

Festìna lente ("Affrettati lentamente") - Svetonio

Festìna lente ("Affrettati lentamente") - Svetonio

Più che dare risposte sensate ...

«Più che dare risposte sensate, una mente scientifica formula domande sensate.» Claude Lévi-Strauss

venerdì 6 febbraio 2026

L’Italia è sempre più un’autocrazia: il decreto sicurezza di Meloni la fa somigliare all’Ungheria

 

Crolla l'accordo sull'atomica con Putin mentre in europa torna il Patto d'Acciaio sui Jet

 

PORTUALI ASSOLTI. GIUSTIZIA È FATTA! #TGBYOBLU

 

Decreto sicurezza, Salvini: A qualcuno lasciamo le parole, noi preferiamo agire

 

In Portogallo anche i conservatori sono contro il candidato presidente di estrema destra

 

Epstein files: una cupola di potere maschile perverso

 

Vannacci fa saltare il tavolo e getta nel PANICO il Governo MELONI

 

STATI UNITI D'EUROPA? Ecco perché NO. - Gabriele Guzzi a Speedy News di Massimo Salvati

 

Trova l'errore - Come si può essere a un tempo nazionalisti e internazionalisti? (Lucio Caracciolo)

 

Nuper #6 a cura di Franco Manzoni - su Il mondo salvato dalle piante di Alberto Nessi (Interlinea)

 

giovedì 5 febbraio 2026

Dialoghi scomodi #37 a cura di Leonardo Elia

Tra pace e guerra: il ritorno dell'imperialismo?

Giuseppe Conte intervistato da David Parenzo a L'Aria che tira | 4/02/2026

Ucraina: i negoziati dei servizi segreti e degli affari. La Russia in Siria, Mar Rosso e Africa

Giuliana Sgrena: "Da Europa solo errori su guerra in Ucraina e riarmo". Su Trump, Gaza e Iran...

"LIBERCOMUNISMO" SU RAI RADIO UNO

DIEGO FUSARO: "Futuro nazionale", il partito del Generale Vannacci. Un'analisi critica

Se Melinda (French, ex Gates) va alla riscossa

Misure di sicurezza - Agorà 05/02/2026

Lectio di Lucio Caracciolo – Democrazia alla prova

Ricciardi Show Umilia il Governo Meloni in aula e fa Impazzire il Parlamento

Vannacci dove può arrivare da solo? Dibattito Borgonovo-Cavalli-Rapisarda

Trova l'errore - Vannacci se ne va dalla Lega ...

BRINDISI - Regole più rigide per contrastare l’abusivismo

mercoledì 4 febbraio 2026

To be or not to be ... Novak Djokovic! Intervento di Leonardo Elia

Agli Australian Open di tennis la finale è stata vinta dallo spagnolo Alcaraz, battendo Djokovic, serbo.

Non ho mai giocato a tennis , è uno sport che non conosco, ma mi è comunque dispiaciuto che nelle semifinali sia stato battuto il nostro bravissimo Sinner da Djokovic.

Ma parliamo del campione serbo.

Djokovic incarna le quattro parole che un tempo significavano la sinistra, comunità, identità, sovranità, tradizione, una collocazione del singolo in una storia, nella storia.

Non significano esclusione, ma danno , devono dare un sostrato a tutti noi, devono dare una base a qualunque critica ad un’ordine costituito.

il nostro è serbo, legatissimo alla sua comunità di appartenenza, suo padre un serbo kossovaro.

Si dice che abbia scritto su una telecamera, che il Kossovo è il cuore della nazione serba.

Djokovic è un personaggio con luci ed ombre, ma non si può non dire che oltre ad essere un grande campione, un grande sportivo, difetti di spina dorsale, come quando rifiutando la vaccinazione nella pandemia fu trattenuto in un centro per migranti in Australia, e gli fu impedita la partecipazione agli Australia Open 2022.

Per vincerli l’anno dopo,  invitato a partecipare da quegli stessi organizzatori .

Appartenere ad una comunità, identificarsi vuol dire anche, esprimere il proprio dissenso nei confronti di chi la governa, appoggiando le proteste studentesche che si trascinano in Serbia da mesi.

E per questo abbandonare la patria e trasferirsi con la famiglia in Grecia.

Il suo attaccamento al Kossovo, dovrebbe farci pensare all’operazione Nato, Allied Shield ,non approvata dall’Onu contro la Serbia, che costò la vita a molti civili, in cui fu colpita l’ambasciata cinese, fu creato uno stato, che per esempio Spagna e Romania  non riconoscono, piazzato al centro dei Balcani che ha sul suo territorio una enorme base americana.

Lo stato, la repubblica del Kossovo governata dai capi ,ultranazionalisti, degli insorti albanesi, che , con l’appoggio di noi europei , stanno creando più di qualche problema alla minoranza serba, che vive lì da secoli.

Allied shield a cui l’Italia ha concesso   lo spazio aereo, anche partecipando direttamente ai bombardamenti in Serbia, un paese con cui abbiamo avuto sempre rapporti stretti, il nostro “estero Vicino”.

Massimo d’Alema presidente del consiglio  si giustificò dicendo che se avessimo fatto diversamente, saremmo stati isolati (sic). Oltre che per fermare un genocidio in atto. Ricordo che applicare il termine genocidio ad accadimenti, da parte di istituzioni, rimanda sempre a valutazioni politiche. Vedi la non applicazione per il massacro di Gaza.

 Allora Vicepresidente Mattarella, anche ministro della difesa, che a Marsiglia l’anno passato, paragona la Russia al Terzo Reich,e ora, presidente della repubblica , capo supremo delle forze armate, rimane in silenzio quando l’esercito israeliano nel sud del Libano fa fuoco con l’artiglieria su posizioni occupate dai nostri soldati dell’Unifil, e si accontenta della convocazione di Tajani dell’ambasciatore israeliano, quando un israeliano in cis Giordania obbliga due carabinieri, in missione istituzionale, a mettersi in ginocchio davanti a lui, minacciandoli con un’arma.

Sull’uomo  Djokovic si può discutere, come tutti è una persona  con luci ed ombre, ma con tutte  le sue contraddizioni , non difetta di schiena dritta. E nella società in cui viviamo c’è un’estremo bisogno di persone con la schiena dritta.

A proposito di uomini con spina dorsale e con cervello funzionante è stato ucciso in Libia, il figlio di Gheddafi, che forse, per il suo carisma, per la sua autorevolezza, avrebbe potuto unificare e pacificare quello sfortunato paese.

Nell’interesse dell’Italia. Ma questa è un’altra storia.

 



U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra di Pietro Grasso (Feltrinelli)

 «Ho visto lo Stato vincere non solo arrestando i mafiosi, ma rispettando la legge anche con chi ne era stato il nemico.»


Questo libro entra nell’aula bunker di Palermo e ci fa sedere in prima fila, là dove l’Italia ha smesso di tacere. Il Maxiprocesso non è stato soltanto un evento giudiziario: è un romanzo nazionale di sangue e denaro, paure e resistenze, in cui la lingua delle carte si accende in scene, volti, voci. Pietro Grasso, uno dei suoi protagonisti, ricostruisce – con prosa limpida e rigore assoluto – la trama fittissima che lega la guerra di mafia alle rotte internazionali dell’eroina, la provincia contadina alle alleanze con New York, gli sportelli bancari di Lugano ai cantieri del cemento palermitano. La narrazione segue il ritmo del dibattimento: l’ingresso dei parenti delle vittime, le deposizioni che si incrinano in silenzi, la dignità ferita di chi chiede solo giustizia. Rivediamo gli investigatori che hanno pagato con la vita (Boris Giuliano, Emanuele Basile) e grandi magistrati come Falcone e Borsellino; ascoltiamo la voce delle vedove e il coraggio delle donne che si sono costituite parte civile. Davanti, nelle gabbie, l’altra faccia del Paese: i Corleonesi, i grandi trafficanti, i pentiti Buscetta e Contorno, gli insospettabili dei salotti buoni, le minacce a microfono aperto. Atti, rogatorie, intercettazioni diventano racconto vivo: laboratori sotterranei, pescherecci carichi di droga, navi fermate a Suez, conti cifrati in Svizzera, valigie di dollari sporchi arrivati dalle pizzerie del Bronx, affari con industriali e faccendieri. Intorno, una borghesia che spesso finge di non vedere, e talvolta tiene il registro. Qui la storia non cerca scorciatoie: distingue, scava, mette in fila i fatti e le parole, mostrando il punto esatto in cui la verità processuale incontra (o manca) la verità storica. Questo è il racconto di come, in un’aula verde come un’astronave, l’Italia ha imparato a chiamare le cose con il loro nome. E di come quelle parole – finalmente dette – hanno cominciato a cambiare il corso della nostra storia. Il 10 febbraio 1986, dentro l’aula bunker di Palermo, il Paese impara a pronunciare la parola “mafia” guardandola in faccia: voci, carte, corpi, denaro. Il Maxiprocesso non chiede di scegliere da che parte stare: porta dove le scelte sono già costate tutto





L’IPOCRISIA DELLA PSEUDO SINISTRA ITALIANA.

"Vannacci se ne va dalla Lega": e uno stica**i non ce lo metti?

La rivincita dei neocon (con Dario Fabbri) - Il Grande Gioco

DRAGHI e la FINE della DEMOCRAZIA - Gabriele Guzzi